Il lavoretto ponte

Posted on novembre 4, 2013

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Edouard_Manet,_A_Bar_at_the_Folies-BergèreUn post basato su esperienze dirette, quindi prendilo come una riflessione personale, con le pinze. Spero che qualcuno voglia commentare con visioni alternative o complementari.

Ci sono tanti modi in cui la nostra pianificazione professionale si può inceppare. Problemi economici, per esempio. O la lingua, di cui ho già parlato. Ma una delle trappole più subdole è quello che io chiamo ‘lavoretto ponte’.

Sono quei lavori che non c’entrano niente (o poco, o non abbastanza) con quello che vorresti fare ma ti permettono di tirare la fine del mese, o ti sembrano una buona opportunità di gavetta, o ‘comunque anche se non fai il giornalista va bene perché sei a contatto con molti giornalisti’. Come se per uno strano effetto osmotico questo aiutasse la tua, di carriera.

Non fraintendermi, durante l’università di piatti ne ho lavati anche io, e spazzato per terra, e babysitterato, e mille altre cose. E conosco diverse persone che hanno fatto City come me e hanno un passato professionalmente ‘variegato’. Alcuni sono riusciti a trovare lavoro, altri lo troveranno, altri andranno a fare qualcos’altro. Non che la cosa sia necessariamente un male, nei miei mesi di master mi dicevo che se non avessi trovato lavoro mi sarei messa a fare programmazione, e non mi sarebbe dispiaciuto.

Ma parimenti mi dicevo mai a fare pubbliche relazioni, mai a fare qualcosa che non mi piace tanto ma comunque “c’entra”. Ho fatto anche quello in Italia, ho visto che non era per me.

In generale, il lavoretto ponte viene adottato da due categorie che ritengo particolarmente a rischio.

Per primi ci sono quelli che hanno superato i 25, hanno un buon cv in patria ma non sanno l’inglese e allora si dicono che due tre mesi da cameriere o barista sono un buon modo di mettersi in pari. Assolutamente non è così. Falso.

Al bar impari il nome dei caffè, al ristorante impari il menu, ma non impari un inglese nemmeno vagamente sufficiente a procurarti un lavoro in giornalismo. Manderai applications inadeguate e non avrai un portfolio locale. Così succederà facilmente che invece di due o tre mesi te ne farai sei o sette, o un anno o più. E a quel punto il recruiter si chiederà: perché questo se n’è andato dal suo paese dove era un giornalista/studente universitario e si è messo a fare il cameriere?

Non è un cv facile da presentare.

Altra categoria affetta da un problema ancora più subdolo, gli insicuri.

“Questa posizione è troppo importante, non faccio nemmeno domanda.” oppure “la faccio senza perderci troppo tempo, ne faccio altre 10 lo stesso giorno, così sfrutto la legge dei grandi numeri.” Ovviamente mandare 10 domande di lavoro al giorno ti porterà a prepararle in modo più sciatto e meno convincente.

Gli insicuri lo sanno benissimo, ma non lo ammettono perché inconsciamente agiscono per rinforzare ciò di cui sono già convinti: che non sono pronti. Quindi voleranno basso, prenderanno tempo, si disperderanno. E alla fine si metteranno a fare il magico lavoretto ponte.

Poco dopo aver finito il master ebbi l’opportunità di fare un’application per un lavoro da researcher. Pochi soldi, ma sicuri, e un team simpatico. Il mio attuale capo, allora solo referente per la mia attività da freelance, mi sconsigliò di farlo. “It’s easy to get pigeonholed in this kind of job.”

“Pigeonholed” vuol dire rimanere incastrati in un certo ruolo senza riuscire poi a muoversi. Accade agli attori di Un Posto al Sole, per esempio. Ti parrebbero credibili in un altro ruolo al cinema? Lo stesso succede se ti metti a fare del marketing, o accetti un contratto di un anno da researcher, o da PR, o da giornalista in un house organ.

Sono situazioni ibride che forse proprio per il loro essere né carne né pesce non sono facili da invertire.

Ovviamente molti avranno esperienze diverse. E le cose funzionano diversamente se per esempio sei giovanissimo o se il tuo inglese è già ottimo. Tuttavia è inutile far riferimento ai nostri colleghi locali, noi cervelli in sciopero avremo sempre lo svantaggio della barriera linguistica, e molto spesso quello di un’età non proprio giovanissima.

Per questo è importante essere strategici, andare dritto al punto e non perdere tempo. Le occasioni che troveremo in UK sono maggiori di quelle che offre l’italia, ma minori di quelle di cui godono i nostri colleghi e competitors britannici. I lavoretto ponte va bene se serve a coprire un periodo ben definito, con un inizio ma soprattutto con una fine prestabiliti. Non usarlo per prendere tempo, te lo ruberà e il tuo tempo qui è più prezioso che mai.

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