Condannati alla lingua d’altri

Posted on novembre 22, 2013

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IMG_20131122_162928Scrivo questo post dalla sala stampa della Diciannovesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che si è tenuta nelle due settimane scorse e che dovrebbe chiudersi stanotte attorno alle 4AM (orari della diplomazia internazionale). Lo dico perché si tratta di un posto rilevante ai fini di quanto sto per dire.

Nelle scorse due settimane ho avuto a che fare con molti giornalisti da varie parti del mondo, alcuni freelance e altri staffer. La maggior parte di loro lavora nella carta stampata e nell’online, quelli della radio, televisione e agenzie stampa hanno i loro cabinotti e non si mescolano tanto.

Succede, e posso dire con ragionevole certezza di non essere l’unica, che quando ci si ritrova tra peers scatta quasi automaticamente il garino alla produttività. “Uh che stanchezza, oggi ho scritto tre storie e un boxino”, “ah! domani scrivo due articoli a tutta pagina più un question and answer per il blog” e così via.

In silenzio, anche io faccio i miei conti e mi preoccupo. Sarò abbastanza produttiva? Non è che mi becco un richiamo per aver lavorato poco? Guardo il mio collega sudamericano con segreto astio (non prendermi sul serio: siamo andati a bere assieme countless times e l’ho pure invitato a lavorare con noi). Lui scrive due tre pezzi al giorno, io se va bene faccio un video di tre minuti.

Dico se va bene, perché devo mandare lo script al subeditor a Londra che me lo corregge e qualche volta lui non ha tempo per farlo subito. Non perché io sia una capra, ma perché questa è la procedura. E perché non sono inglese, quindi sì un po’ capra lo sono.

Non sono inglese, e non scriverò mai bene come scrivevo nella mia lingua. Non sono inglese, e non chiuderò mai due pezzi al giorno, i miei voiceover avranno sempre un accento straniero.

E sai cosa ho fatto ieri, spinta dalla frustrazione? Ho mandato un cv a un giornale italiano che cercava collaboratori specializzati nel mio settore. Non con l’intento di lasciare il mio lavoro, ovviamente, ma tanto per potermi sfogare e fare per una volta una cosa che mi vien facile. Una cosa da scrivere uno o due pezzi la settimana dopo il lavoro, avrei accettato anche le rate italiane senza gnole.

Ho mandato un cv aggiornato, una presentazione, insomma tutto giusto.

E sai cosa è successo? Il tizio non mi ha nemmeno risposto. Ahh, i vecchi tempi in cui prima di smettere di pensarci controllavi la mail sette volte all’ora per una settimana.

Nel frattempo, mi è arrivata questa dal mio capo:

“The material you’ve been producing [these weeks in Warsaw] has been fantastic Lou. Have a bit of a rest.”

EDIT: una delle mie colleghe italiane è appena passata di qua. Mi ha detto che il giornale italiano in questione l’ha contattata per fare un pezzo sulla Conferenza. Vogliono “due cartelle” (saranno circa mille parole?), interviste originali, una foto. Per quarantacinque euro. Ecco queste rate non le avrei accettate comunque.

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