Bentornati. IJF2014, rivoluzione e altro

Posted on maggio 1, 2014

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Un selfie

Un selfie

Ci voleva il Festival del Giornalismo di Perugia per convincermi a rimettere mano al blog, fermo per mancanza di contributi esterni e di motivazione personale.
Il fatto è che vivere fuori dall’Italia ti fa dimenticare molte cose, positive e negative. Per esempio, ho dimenticato – e non ci tengo a rinfrescarmi la memoria – le diatribe sindacali che invariabilmente non portano alcun cambiamento, semplicemente perché seguono le vecchie regole e accettano di dialogare con istituzioni corrotte.
Oppure le storie di giornalisti che hanno infiniti conti aperti con i giornali con cui collaborano, e sentire la parola – avvocati – saltar fuori ogni tre per due.
Tutto questo sta bene dove sta, nella scatola nera dei miei anni italiani. Poi però ci son cose che ci sono finite ingiustamente, in quella scatola, ai tempi in cui la rabbia e lo scorno erano troppi per fare una selezione ragionata.
Ieri mi sono di nuovo trovata in mezzo ai volontari, come qualche anno fa, ai tempi in cui la mia carriera era proprio all’inizio e il futuro oscuro.

Ho rivisto quell’allegria spensierata di chi non ha paura, e ho lavorato nella vecchia sala stampa dell’Hotel Brufani a fianco di ragazzi molto più giovani e già molto più competenti di quanto ero io alla loro età.
Mi vien male a pensare a quanti di loro dovranno abbandonare il giornalismo dopo aver perso l’entusiasmo e la fiducia di oggi. Mi fa male pensare che tanti di loro, dopo infinite porte sbattute in faccia, resteranno convinti “di dover fare qualcosa per il proprio paese”, quando il loro paese non ha fatto e non farà nulla per loro.

Ogni tanto, per qualche motivo, incappo in qualcuno che mi riconosce. Ieri tornando a casa mi sono fermata a cazzeggiare sulla scalinata dell’ostello con un gruppo di volontari.

Uno mi fa “Ah ma tu sei Lou Del Bello! Sei quella che ha scritto quell’articolo su Valigia Blu e ha aperto il blog Penne in Panne!”

Gli ho detto che il blog era chiuso perché non volevo farne una piattaforma personale, e nessuno aveva voglia di scriverci sopra. Ha ridacchiato. “Ma comunque io il blog lo leggevo, ti sostengo!”
Oggi la mia compagna di stanza mi ha raccontato la sua storia professionale. “Ho lavorato per tre anni in una tv locale ma non ho voglia di iscrivermi all’ordine, pagherei una cifra annuale per nulla.”
Sono rimasta colpita. Per la prima volta ho sentito qualcuno prendere parte nell’unico modo possibile in Italia, boicottando le istituzioni che hanno mandato in malora l’industria.

La maggioranza delle persone che sento protestare tiene ben caro il proprio tesserino, perché dà un senso di appartenenza, perché purtroppo è ancora qualcosa da sfoggiare. Perché ci si aggrappa al pezzo di carta quando non si ha nient’altro, senza rendersi conto che quel pezzo di carta è parte del sistema che rema contro di noi.
Io in Italia non ci torno più perché il mio tempo qua è scaduto, ma quelli un po’ più giovani di me una battaglia da combattere ce l’hanno ancora. E forse possono farcela perché sono più svegli di noi quasi trentenni, forse più imprenditoriali, e meno legati a quelle vecchie infrastrutture che hanno provato a soffocare me e sono riuscite a soffocare tanti miei coetanei.
Un nuovo giornalismo è possibile, nuovi modelli narrativi ed economici devono solo essere inventati. Coraggio millennials, il mondo è vostro.

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