The legacy

Posted on luglio 20, 2014

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Appunti di vacanza, numero due.

Razzolando tra pile di vecchie riviste nella mia vecchia casa di Bologna, ho trovato una copia di XCity, la rivista For Journalism Alumni at City University London. L’avevano mandata al mio indirizzo italiano, quello che avevo indicato al tempo della mia application.

Sfogliandola ho avuto l’ispirazione per scrivere questo post che avevo in serbo da un po’. Si parla continuamente di come gli studenti si approcciano al percorso accademico e alla professione. Si comparano le università Italiane con quelle straniere, il luogo comune vuole che in Italia si impari il metodo mentre altrove si acquisiscano capacità pratiche e via dicendo. Ma c’è un aspetto che viene spesso tralasciato: il modo in cui le università affrontano ‘il dopo’.

Il mio primo giorno a City, durante il giro guidato del dipartimento in stile prima elementare, incappai in questa targa:

once part of

Ovviamente nell’emozione del momento la trovai appropriatissima. Tutti dicono che noi italiani siamo ‘overdramatic’. Io mi sono rassegnata all’idea di esserlo, soprattutto per gli standard locali.

Calmati i bollenti spiriti, più avanti nell’anno, passando di fianco alla stessa targa pensavo a nulla più che una strategia di marketing.

Oggi sfogliando la rivista XCity mi sono resa conto di come la verità stia probabilmente nel mezzo. Anche quando ti sei laureato, l’università ci tiene che tu trovi un buon lavoro. Il tuo nome non è dimenticato ma finisce nei ‘listini’, nelle ultime pagine, insieme al tuo lavoro attuale. Questo non solo per l’anno seguente al master, ma per i dieci anni a venire. Non sei più un tizio che per un anno ha pagato le tasse, sei un alumni.

Se combini qualcosa di buono è facile che presto o tardi l’università ti ripeschi, ti chiami ad insegnare, ti dia un premio, racconti la tua storia da qualche parte. E’ una strategia di marketing per attrarre nuovi studenti, ma anche un modo di capitalizzare il valore della formazione che ha portato gli studenti migliori a carriere di successo. Abbiamo creato un giornalista famoso, perché dimenticarsi del proprio prodotto? Usiamolo per farci pubblicità, ma anche per ispirare e aiutare le nuove leve.

L’università, insieme ad altre associazioni specializzate (noi giornalisti scientifici abbiamo l’ABSW) costituisce una safety net non da poco. Non perché ti protegga dalla disoccupazione (you wish). Ma offre l’opportunità di un aggiornamento costante, di un canale preferenziale con l’industria che nei miei anni Italiani ho visto raramente.

Penso a tutti i soldi che l’Italia spende per offrire a tutti un’educazione di alta qualità ad un costo vicino allo zero. Quei soldi vengono sprecati nel momento in cui le competenze acquisite dagli allievi non sono produttive per il paese.  Qualcuno sceglie di entrare in sciopero come me, mentre la vasta maggioranza semplicemente non trova un lavoro qualificato.

Credo che in questo il Regno Unito abbia la vista lunga. Le università inglesi sanno che il valore anche economico dei propri studenti non sta solo nelle tasse che pagano all’inizio dell’anno, ma nella loro carriera futura, che contribuirà ad innovare e sviluppare il settore, rinforzare il prestigio degli istituti di formazione e tenere viva l’economia.

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