La lezione di Ebola sul giornalismo

Posted on luglio 29, 2014

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ebola

L’epidemia di Ebola si fa spazio sui media in UK di pari passo con l’aggravarsi della situazione in Africa Occidentale. Da Sierra Leone e Guinea il contagio si è diffuso in Liberia con un caso in Nigeria. Secondo il WHO, più di 672 persone sono morte in tutta la regione da Febbraio ad oggi.

L’ultima notizia è quella della morte di uno dei più importanti virologi della Sierra Leone, a cui il virus era stato diagnosticato una settimana fa.

A lavoro da me, ma un po’ ovunque dietro le quinte dei quotidiani, stiamo in allerta. Un po’ perché è spaventoso, ma un po’ anche per lavoro.

L’altra notte ho sognato che un’epidemia infestava il mio ufficio, per esempio. Se me la sogno anche, non si può dire che non la stia prendendo sul personale e che abbia un cuore di pietra.

Ma poi mi sono svegliata, e facendo ricerca per un’infografica da pubblicare la prossima settimana ho trovato questo video (che WordPress non mi lascia embeddare).

Indovina: l’ho presa sul personale? No, ho pensato fuck me questa è una storia grandiosa, il pezzo che tutti vorremmo fare.

E poi ho pensato alle tecniche di produzione, alle scelte stilistiche, allo scripting. Ho pensato a quel calcio di adrenalina che tutti sentiamo quando ci buttano in situazioni un po’ pericolose. Cose così.

Nello stesso tempo pensavo però a quella cretina della giornalista che chiede a una paziente malata di Ebola (!!!) “how you feeling”. E che non soddisfatta si rivolge al dottore “Are you scared?” Giornalista, how are YOU feeling. Perché chiaramente non ci stai con la testa.

Eppure brava, perché a parte le uscite infelici il pezzo è fatto benissimo, è informativo, forte, ti insegna qualcosa di nuovo.

E’ come se in me ci fossero due persone, una che filtra la realtà con gli occhi del reporter, e una con gli occhi di una persona normale. Una giornalista, e una a cui i giornalisti stanno antipatici. Sono un abominio? No, facciamo tutti così.

Ovviamente le storie le scegliamo e raccontiamo perché pensiamo che siano importanti, ma per gestire situazioni difficili bisogna necessariamente indossare certi occhiali. Raccontare le cose brutte fa parte del tuo lavoro e dopo tutto contribuisce alla tua carriera.

Un grande insegnamento su questo me lo diede un reporter che conobbi anni fa, quando ancora stavo in Italia. Ci incontrammo casualmente sul sito del terremoto emiliano, nel 2012. Passammo una giornata insieme e lui mi raccontò alcune delle storie più orribili che gli erano capitate durante la sua lunga carriera. Ricordava il rumore delle spalle che si scompongono dal corpo di una ragazzina di sedici anni uccisa dalla mafia, quando la scientifica la solleva per portarsela via. Clack, un rumore secco, che non sembra venire dal corpo di un essere umano.

Si ricordava di quando dopo un terremoto era incappato nel cadavere di un uomo con gli occhi aperti. Una mosca passeggiava indisturbata sulla cornea.

Sono passati due anni e mi sono lasciata indietro un mare di cose e persone, ma quel reporter me lo ricordo ancora. Mi disse “Vedi, quando sono a casa con la mia famiglia il mio lavoro lo lascio fuori, quando sono al lavoro lascio fuori la mia famiglia”. Penso che non volesse inquinare la sua vita personale con le cose che vedeva e faceva di giorno. Ma forse aveva anche bisogno di tenere la famiglia fuori dal lavoro perché se no non ce l’avrebbe fatta a sopportarlo. Quella ragazzina poteva essere sua sorella minore, quell’uomo suo padre.

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